martedì 10 febbraio 2015

CLASSIC BADASS: Una Storia Vera


- Topolino
- Paul Dukas
- Johann Wolfgang von Goethe
- Un gigante che naviga sdraiato sull’oceano con la vela appesa al batacchio.

Ok, lo ammettiamo, abbiamo degenerato in fretta. Ma oggi siamo qui per uno scopo alto e nobile; vale a dire dimostrare che i quattro signori di cui sopra hanno, dopotutto, qualcosa in comune.

E non c’entrano le dimensioni del batacchio.

Siete con noi? Bene.

Allora, per i primi tre è facile. Fantasia di Disney ce lo ricordiamo tutti, sì? L’Apprendista Stregone, musica di Dukas, dall’omonima ballata di Goethe. E fin qui.

Ora dovete sapere che l’omonima ballata il buon Goethe non se l’era inventata da sé, ma aveva a sua volta tratto ispirazione da un’antichissima leggenda greca, riportata fra gli altri da un certo Luciano di Samosata, già incubo di innumerevoli generazioni di studenti del liceo classico. Ragioniamo un attimo su questo nuovo personaggio.

Siamo a tiro del 135 d.C.. L'Impero romano sta finendo di conquistare tutto il conquistabile. Luciano è un giovane barbaro figlio di barbari che nasce e cresce a Samosata, sulle rive dell’Eufrate. Anziché andarsene in giro per il deserto a rubare idoli sacri e sfidare divinità ancestrali come qualche collega di Cimmeria, ancora giovanotto sceglie la penna sopra la spada e si dà alla letteratura. Ma non a una letteratura qualsiasi: perché a Luciano garba il Fantasy.

-Sigla.-

Questa rivelazione non deve sorprendere. L’aspirazione al Fantasy fa palesemente parte della tradizione antica almeno dai tempi di Gilgamesh. I Greci poi sembrano andarne ghiotti, come può dedurre chiunque si trovi a sfogliare un'Iliade o (soprattutto) un'Odissea. Il nostro Luciano non fa eccezione e va matto, oltre che per Omero, pure per un altro libriccino, un po' più di nicchia, dal titolo Le meraviglie al di là di Thule. Un poema epico-avventuroso che non potete immaginare quant’era bello.

Davvero, non potete, perché è andato perduto.

Sì, dispiace moltissimo anche a noi.

Ora lo sappiamo cosa state pensando. Ma il fatto che i Greci antichi non abbiano inventato una Arda o una Terra di Mezzo come scenario per le loro storie si può ascrivere al semplice fatto che non avevano ancora finito di esplorare questo, di mondo. Compito che Luciano prende sulle proprie barbariche spalle nella sua Storia Vera. La cui unica ed essenziale verità sta in questo: nel fatto che è tutta una gran panzana.
E non lo diciamo noi. Lo dice lui, Luciano, nell’introduzione:

Perciò io stesso, spinto da vanagloria e desideroso di lasciare qualcosa ai posteri (...) giacché nulla di interessante mi era accaduto, mi sono volto anch’io alla menzogna, ma a un tipo di menzogna molto più onesto di quello degli altri. Giacché almeno in questo sarò veritiero: dicendo che mento.”


E insomma la Storia Vera è la storia di un fantasmagorico viaggio in nave compiuto al di là delle Colonne d’Ercole, che è un po’ come dire oltre i confini del mondo. Un’odissea eroicomica in cui a Luciano il Barbaro e alla sua ciurma ne capitano di tutti i colori.

Tipo: cadere dentro un tifone che li solleva dalla terra nello spazio dove si uniscono all’esercito della Luna per combattere contro l’esercito del Sole.

Solo da una premessa del genere Peter Jackson potrebbe ricavare una o due trilogie. Luciano fa di meglio: tira fuori un intero bestiario da far paura ai curatori di D&D.

Non crediate infatti che il Sole e la Luna quando scendono (o salgono?) sul campo di battaglia si limitino a lanciarsi addosso qualche migliaio di elfi in lattina (clear enough, PJ?).
No signori.

La prima vera guerra stellare della storia della letteratura occidentale è la definizione stessa della parola BADASS.

Sentite qua.
Abbiamo giganti che cavalcano grifoni a tre teste nei quali ogni piuma è larga come la vela di una nave, abbiamo arcieri che montano fameliche pulci assassine grosse quanto dodici elefanti adulti, abbiamo intere armate di letalissimi Cenchròboli “lanciatori di chicchi di miglio” e terribili Scorodòmachi “che combattono a colpi di aglio”.

-Beware of the PAPEROCONIGLIO-

E questo solo nelle fila dell’esercito della Luna. Dalla parte del sole vanno ricordati almeno i bombardieri-zanzara Aeroconòpi e i rabbiosi Cynobalani: guerrieri dalla faccia di cane che si battono a bordo di grossi peni volanti spaziali.

Avete capito bene: grossi peni volanti.

Spaziali.

Suck this, George Lucas.

Ma il meglio deve ancora arrivare. Dopo essere miracolosamente uscito vivo dallo scontro fra Luna e Sole, e dopo aver superato una serie di contrattempi (fra i quali: essere inghiottiti da una balena gigante) (dove l'abbiamo già sentita questa?) – il nostro ardimentoso capitano barbaro e la sua ciurma disgraziata visitano l’Isola dei Beati, dove dimorano le anime degli eroi morti, sotto il regno duro ma giusto di Radamanto.

Ci sono Achille, Teseo e Menelao che ha fatto pace con Elena, c’è Socrate che con la scusa della filosofia molesta i ragazzini. C’è anche Tersite, il gobbo dell’Iliade che incitava gli achei alla fuga anziché alla battaglia, ora impegnato a far causa a Omero per diffamazione. La perde, perché Omero è difeso a suon di supercazzole da Ulisse in persona.

Nice try, Tersite.

Ma Ulisse ha pure lui la sua bella gatta da pelare, vale a dire la moglie Penelope. La quale, dopo aver passato vent’anni a fare la calza in mezzo ai Proci, adesso che il marito è tornato non lo molla di vista un attimo. Colazione, pranzo e cena insieme, passeggiata digestiva insieme, corsa delle bighe insieme, torneo di ramino insieme, osteria con gli amici insieme, seguir virtute e canoscenza insieme.
Così il fenomeno di astuzia che espugnò Troia e sconfisse il Ciclope è ridotto a vivere la dopo-vita da marito sottomesso e bastonato, cui altra gioia non resta se non rimpiangere gli anni di prigionia sull’isola caraibica di Ogigia, quando il peggio della vita era un’estenuante maratona diuturna di tintarella e sesso selvaggio in compagnia di quel gran pezzo di ninfa di Calipso.

-Ulisse nell'Isola dei Beati: una diapositiva-

Mentre Luciano e gli altri si godono il loro weekend da leoni fra canti, balli, odalische succintamente vestite e vinello a fiumi, Elena comincia a flirtare con un marinaio della ciurma, un bel giovanotto di nome Cinira, che ha la pensata furba di rapirla, Paride-style. Menelao si sveglia nel cuore della notte, trova il letto vuoto, tira un cristone che riecheggia fin nelle aule dei colleghi del Valhalla e mobilita tutta la flotta degli eroi greci dietro ai fuggitivi. Non scoppia una guerra solo perché i piccioncini in fuga sono tosto accerchiati e ricondotti in porto. Elena si scusa fra le lacrime (e Menelao ci casca un’altra volta); Cinira se la cava con una lavata di capo, tanti paccheri sul collo e il ban a vita dall'Isola dei Beati.

Così la ciurma dei nostri riprende il mare, ma non prima di essersi fatta vaticinare il futuro da re Radamanto: il quale predice che Luciano non potrà tornare a casa prima di avere superato numerose nuove insidie in un “grande continente agli antipodi di quello che è abitato da voi”.

Infine il viaggio ricomincia, verso nuove isole, meraviglie, avventure. Ed è così che la storia di Luciano si incrocia brevemente a quella del misterioso popolo degli uomini-nave: titanici navigatori del grande oceano, che col loro sorriso buono e il loro batacchio di trenta metri vela-munito galleggiano bucolici accanto alla trireme dei nostri.


E quasi possiamo sentire la voce del buon Luciano, mentre indica al timoniere il solenne passaggio della flotta silenziosa:

- Mai avrei creduto, mio fido Scintaro, di poter incontrare in questo mondo creature tanto nobili e maestose.
- Sì ma hanno la vela attaccata al pene, capo.
- Non vedi come si muovono leggiadre sull'acque, con quale grazia assecondano il soffio dei venti?
-Io vedo un pene gigante con una vela attaccata, capo. 
-Solo a contemplare il loro incedere calmo e solenne mi sento ristorato nel corpo e nello spirito.
- CAPO. VELA. PENE.

-"Diventerà molto popolare"-

Queste sono dunque, fino al nostro arrivo in quest’altra terra, le avventure che ci accaddero sul mare e durante la navigazione, sulle isole e nell’aria e, dopo, nella balena (...): quello che ci accadde sulla terra ve lo racconterò nei libri che seguiranno.”

Con queste parole termina la Storia Vera: e di libri non ne seguono più.

Che l’autore abbia abbandonato l’opera intrapresa nella vecchiaia per mancanza di forze, che essa sia stata compiuta e poi perduta come chissà quante altre nella storia, che egli non avesse mai avuto intenzione di portarla a termine e che questa battuta finale sia la sua ultima micidiale menzogna – quale sia la verità non lo sappiamo, forse non lo sapremo mai.

Ci resta, dopo quasi duemila anni, la scoperta di avere ancora qualcosa da condividere 
con un uomo chiamato Luciano, il barbaro Luciano, scrittore e avventuriero, mezzo capitano Kirk, mezzo Mel Brooks, penna affilata e sorriso smargiasso, maestro di menzogna, pioniere del fantastico.

Ci resta la sua Storia Vera.



Fonte per le citazioni dall’opera: Luciano, Storia Vera, a cura di Cataudella Q. (1990, BUR: Milano).







Nessun commento:

Posta un commento